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Consenso informato o… disinformato?

Pubblicato il 24/04/2010

Ogni malato ha diritto di essere pienamente informato sui rischi, le possibili alternative e ogni altro aspetto dell’attività terapeutica cui dev’essere sottoposto.

Sul medico incombe infatti l’obbligo di informare adeguatamente il paziente in relazione a qualsiasi intervento sia di diagnosi che di cura, in modo da consentire a quest’ultimo di esprimere un consenso libero e consapevole al trattamento.
L’informazione deve riguardare tutti gli elementi del rapporto e deve essere chiara, completa, specifica per ogni singolo paziente e personalmente resa dallo stesso sanitario cui è richiesta la prestazione professionale.

Tutte queste informazioni dovrebbero essere contenute in quel foglio stampato, il c.d. “consenso informato”, che il medico o l’infermiera di turno ci fanno firmare spesso frettolosamente prima di un qualsiasi intervento, quasi fosse l’ennesimo adempimento burocratico da sbrigare. Tale prassi, chiaramente lesiva dei diritti del paziente, all’autodeterminazione e alla salute, viene sempre più frequentemente sanzionata dai giudici.
È ormai dato incontestabile il fatto che l’insufficienza dell’informazione comporti la responsabilità dell’ente ospedaliero, anche a prescindere da una colpa medica in senso proprio.

In altre parole, ciò significa che indipendentemente dall’esito dell’intervento, positivo o negativo, l’ospedale è comunque responsabile per la mancata informazione, ed il paziente ha dunque titolo per richiedere un risarcimento. Il consenso informato si rivela, inoltre, un elemento essenziale per la valutazione della sussistenza o meno della responsabilità professionale del medico, nel caso vi fosse una qualsiasi contestazione relativa al corretto svolgimento della prestazione compiuta.

Pertanto, se non vogliamo che il nostro consenso resti “disinformato”, dobbiamo prestare molta attenzione a questo documento, leggerlo attentamente e chiedere, se necessario, gli opportuni chiarimenti a chi di dovere.

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